Il pignoramento



Il pignoramento presso terzi è la forma di pignoramento più diffusa. Prevede che il creditore, per vedere soddisfatti i propri diritti verso il debitore, si rivalga su di un terzo soggetto nei confronti del quale lo stesso debitore vanta dei crediti. In altri termini il Legislatore riconosce al creditore la possibilità di richiedere una parte dello stipendio del debitore direttamente al datore di lavoro e se si tratta di pensione all’ente previdenziale.


Il pignoramento dello stipendio di regola interessa un quinto della busta paga. Salvo specifici casi, lo stipendio può essere soggetto solo ad un pignoramento per volta. Perciò, ove un creditore abbia già provveduto a rendere esecutivo il provvedimento, gli altri creditori dovranno semplicemente mettersi in coda e attendere di accedere al reddito del debitore dopo che sono state soddisfatte le spettanze del primo.


Solo in casi molto specifici, per es. in caso di pignoramenti per debiti alimentari verso l’ex coniuge e per cessioni del quinto volontarie (es. prestiti) ecco che lo stipendio può dover sostenere più di un pignoramento contemporaneamente. Anche in questa evenienza comunque i pignoramenti plurimi devono essere di tipologia diversa e il totale della quota pignorata non può superare la metà dello stipendio netto.


Nel caso del pignoramento della pensione invece, il pignoramento corrisponde sempre ad un quinto, ma non può superare il limite vitale corrispondente a circa 670 euro.


Importante sottolineare la legge vieta il pignoramento in toto sia della pensione che dello stipendio.


Tale divieto è giustificato dal fatto che la sottrazione totale dello stipendio o della pensione metterebbe in crisi o meglio a repentaglio la sopravvivenza del soggetto percettore e delle persone a suo carico.


La percentuale del quinto inoltre, per i soli debiti di natura esattoriale, subisce variazioni in base al reddito del singolo individuo. Difatti chi percepisce uno stipendio o una pensione fino ad € 2.500,00 la percentuale pignorabile è di un decimo; chi percepisce uno stipendio o una pensione tra € 2.501,00 e € 5.000,00 la percentuale è di un settimo; mentre è di un quinto per chi percepisce uno stipendio superiore a € 5.000,00.


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Oltre che sullo stipendio mensile, il creditore del lavoratore può rivalersi anche sul suo TFR, pignorandolo presso il datore di lavoro.

Il TFR è pignorabile, così come tutti gli altri crediti del lavoratore dipendente, nella misura massima di un quinto, a condizione che il pignoramento avvenga presso il datore di lavoro (con notifica a quest’ultimo dell’atto di pignoramento). In tal caso, l’azienda, anziché versare tutto il TFR al dipendente, ne tratterrà un quinto e lo darà al creditore. Non lo verserà, però, immediatamente, già con la notifica dell’atto di pignoramento, ma solo dopo l’udienza che si sarà tenuta in tribunale (cosiddetta di “assegnazione della somma”, nell’ambito di quella che viene chiamata “procedura di esecuzione forzata presso terzi”).


Diverso il discorso se il pignoramento avviene una volta che la somma con il TFR viene depositata in banca, sul conto del debitore. In tal caso, l’orientamento maggioritario ritiene integralmente pignorabile il TFR (cioè nella misura del 100%). La giurisprudenza, in particolare, ha ritenuto che, una volta versate nel conto corrente, le somme mutano la loro natura lavorativa e/o pensionistica e si confondono con il patrimonio dell’esecutato. Qualche tribunale, però, si sta aprendo a una visione un po’ più garantista: secondo questo indirizzo, se il debitore riesce a dimostrare che sul conto sono affluiti solo i redditi derivati dal suo lavoro allora si potrebbe esperire un’opposizione all’esecuzione e chiedere la riduzione del pignoramento ad un solo quinto.


Quando il TFR viene invece accantonato mensilmente dal datore di lavoro, esso non dovrebbe essere aggredibile in quanto trattasi di trattamento futuro.

Di fatto diverse volte Equitalia non ha atteso la risoluzione del contratto di lavoro per “bloccare” il trattamento di fine rapporto, ma ha pignorato la quota di TFR accantonata mensilmente dal datore di lavoro.


Qualche sentenza tuttavia è già stata emessa in direzione opposta opponendo che la quota di TFR accantonata mensilmente dall’azienda è pignorabile solo a condizione che non sia già stato pignorato un quinto dello stipendio. In pratica, se un debitore ha già il quinto dello stipendio pignorato Equitalia non può rivalersi sul TFR accantonato dal datore di lavoro del soggetto moroso, in quanto le somme sono indisponibili e inesigibili fino al momento della risoluzione del rapporto professionale. Il limite del quinto fissato dal codice di procedura civile non può essere superato in alcun modo.


Le posizioni individuali costituite presso i fondi pensione sono inattaccabili. Di conseguenza, sia le quote del TFR, sia i contributi personali non sono soggetti a sequestro e pignoramento in caso di insolvenza dell’iscritto nei confronti dei creditori. E ciò vale anche nel caso in cui il lavoratore abbia in corso una cessione del quinto dello stipendio, la quale non incide peraltro sulla quota annuale del TFR. Per pignorare il TFR bisogna che il creditore sia munito di un titolo esecutivo, ossia di una sentenza (anche non definitiva, purché munita della cosiddetta “formula esecutiva” in ultima pagina), o un decreto ingiuntivo non opposto (e quindi divenuto esecutivo), una cambiale, un assegno, un contratto di mutuo (o altro contratto stipulato da notaio), una cartella esattoriale di Equitalia, un attestato di credito della S.I.A.E.


Nel caso siate soggetti ad un pignoramento, non perdete tempo e non fate tentativi alla cieca: rivolgetevi ad Avvocati al Tuo Fianco.

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