Sovraindebitamento: i requisiti per accedere

L'Associazione Consumatori Avvocati al Tuo Fianco si batte da sempre per una più solida affermazione della procedura di esdebitazione legata al sovraindebitamento e per un consolidamento di una giurisprudenza favorevole.

Per questo motivo frequentemente affrontiamo tale argomento nei nostri articoli. Oggi parliamo del concetto di consumatore e di meritevolezza.

La vera novità introdotta dalla legge 3/2012 sul sovraindebitamento consiste nell’estensione di una procedura similare a quella del fallimento, al “consumatore”, ossia al soggetto, persona fisica, che ha assunto debiti per scopi estranei all’attività di carattere imprenditoriale o professionale eventualmente svolta.

Questa aggiunta ammette in pratica la possibilità di ristrutturazione del debito anche per chi abbia contratto debiti per motivi famigliari e personali.

Quindi rientrano nella nuova categoria del consumatore: - i soggetti persone fisiche non imprenditori; - gli imprenditori agricoli; - le imprese di ridotte dimensioni, alle quali non si estendono le opportunità offerte dalle tradizionali procedure concorsuali.

Anche i giudici di legittimità (sentenza n. 1869 del 1.2.2016, Pres. Ceccherini, Est. Ferro) hanno affermato un importante principio sulla dirimente questione del requisito tipologico del soggetto titolato a proporre un piano di sovraindebitamento, dichiarando che non è rilevante l’avere svolto – da persona fisica – attività d’impresa o professionale quanto piuttosto l’avere contratto obbligazioni “per far fronte ad esigenze personali o familiari o della più ampia sfera attinente agli impegni derivanti dall’estrinsecazione della propria personalità sociale, dunque anche a favore di terzi, ma senza riflessi in un’attività d’impresa o professionale propria”.

In pratica, anche l’imprenditore o il lavoratore autonomo può proporre un piano del consumatore, purché destinato a pagare debiti sorti per ragioni familiari in senso ampio e purchè non vi siano debiti connessi all’attività imprenditoriale o comunque che siano estinti.

Ad oggi è certamente acclarato che il piano del consumatore è riservato ai soggetti che, privi di partita iva, hanno contratto debiti di natura privata e per ragioni legate alla vita quotidiana. In tal senso la giurisprudenza ha ritenuto applicabile la norma a consumatori che hanno contratto debiti per ristrutturare casa (Tribunale di Catania, decreto 17.6.2014) ovvero per aiutare familiari malati (Tribunale Verona, decreto 8.5.2015), fermo restando il requisito della meritevolezza e, quindi, la ragionevole previsione di poterli assolvere al momento della loro insorgenza.

Se invece ci si trova di fronte ad un lavoratore autonomo o imprenditore non fallibile in quanto sotto soglia o agricolo, ad esempio, con una posizione debitoria mista tra obbligazioni familiari e professionali/imprenditoriali, l’opinione più diffusa tra gli interpreti è quella che possa ricorrere al solo accordo di ristrutturazione (e dunque ad una procedura che prevede il consenso del 60% dei creditori) e non anche al piano del consumatore (la cui omologazione è rimessa al giudice, senza voto dei creditori).

Esiste però una interessante rilettura della Corte di Cassazione con la sentenza n. 1896/16 che ammette la possibilità di distinguere la natura dei debiti, segregandoli in due differenti categorie, una privata ed una imprenditoriale o professionale non precludendo così la possibilità di definire il debitore imprenditore “consumatore” e consentirgli l’accesso al piano.

I giudici precisano che in effetti la legge non fa parola di un concetto univoco e assoluto di insolvenza, altri essendo i requisiti scrutinabili a questo fine, in particolar modo la meritevolezza ben definita all’art. 12 bis c. 3 che attribuisce al giudice la possibilità di escludere o ammettere che il consumatore abbia assunto obbligazioni senza la ragionevole prospettiva di poterle adempiere ovvero che ha colposamente determinato il sovraindebitamento, anche per mezzo di un ricorso al credito non proporzionato alle proprie capacità professionali.

Quindi la meritevolezza e la colpevolezza dei comportamenti del debitore sono soggetti in via esclusiva all’insindacabile giudizio del giudice.

Il richiamo è dunque più alla qualità dei debiti da ristrutturare, in sé considerati nella loro composizione finale, piuttosto che nell’attività svolta dal soggetto proponente. Sostiene la Cassazione che “non vi sono margini per escludere dall’accesso a tale procedura tutti quei soggetti che abbiano assunto obbligazioni composite e che vogliano in tal modo, cioè come consumatori, ristrutturarle”.

Così interpretato, il piano del consumatore si offre come modello di composizione della crisi della persona fisica e non consente di dedurre debiti d’impresa o professionali.

Risulta quindi necessaria la tracciabilità delle cause dell’insolvenza, che non devono avere origine in attività d’impresa o di lavoro autonomo, che consentano “un sicuro ancoramento tipologico alla figura del debitore compromesso in atti di rischio non speculativo o comunque proprio dell’intermediazione organizzativa”.

Conclude la Corte di Cassazione affermando il principio di diritto che la nozione di consumatore (e dunque di soggetto abilitato al piano) non incarna necessariamente un soggetto totalmente privo di relazioni d’impresa o professionali, attuali o pregresse, ma anche un soggetto che pur avendone di attive sono scevre da obbligazioni residue non ancora soddisfatte al momento della presentazione del piano. Diversamente, il debitore – non più consumatore – potrà fruire dell’accordo di ristrutturazione e dovrà ottenere il consenso dei creditori (60%).

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