L’arrichimento senza giusta causa


Le norme che regolano l’arricchimento senza giusta causa ovvero gli artt. 2041 - 2042 del codice civile stabiliscono che “chi, senza una giusta causa, si è arricchito a danno di un’altra persona è tenuto, nei limiti dell’arricchimento, a indennizzare quest’ultima della correlativa diminuzione patrimoniale”.


L’associazione consumatori Avvocati al Tuo Fianco è particolarmente attiva sul fronte del diritto di famiglia e in particolare, in questi anni, interviene in casi di separazioni, divorzi ed affidi anche particolarmente delicati e complessi (sede di Milano: via Ripamonti 15, Milano cell 333 470 2006; sede di Imola responsabile per l’area Emilia Romagna: tel. 0542 190 32 54 / cell. 338 65 67 086, sede di Modena: cell. 334 26 82 453, sede nazionale e Lombardia: tel. 0332 15 63 491 / cell. 392 72 13 418).


Tra gli argomenti discussi dalle parti vi è frequentemente quello patrimoniale. Ovvero vi è sempre una parte che accusa l’altra di essersi arricchita alle sue spalle. Perciò ci sentiamo di dedicare uno spazio al tema.


La norma in sè prevede che il vantaggio deve essere rappresentato da un incremento patrimoniale o da una mancata perdita patrimoniale, perciò un risparmio che pur avendo sottratto risorse ad un soggetto ha dato possibilità all’altro di accumularne.


Chiaramente il nesso deve essere immediato e diretto. Soprattutto il depauperamento di chi agisce per un indennizzo deve avere come origine l’arricchimento del soggetto chiamato in causa.

Inoltre devono sussistere le condizioni affinchè l’azione ex art. 2011 cc sia l’unica esperibile ai fini di un indennizzo.


L’azione ha in ogni caso natura restitutoria e non risarcitoria. Quindi la condotta del soggetto che si è arricchito deve interferire nella sfera giuridica di un altro soggetto non procurandogli un danno ma, semplicemente, avvantaggiandosi in maniera sproporzionata e spropositata.


Se non c’è danno, non può esserci risarcimento, però, quel soggetto ha una condotta reprensibile perchè si avvantaggia di una situazione.


L’arricchimento senza giusta causa interessa in particolare le cause tra conviventi more uxorio.

IL regolamento delle questioni patrimoniali tra ex conviventi è materia spinosa. Si può richiedere la restituzione delle spese sostenute o il riconoscimento di determinati diritti sui beni acquistati?


Con la legge 76/2016 è stato introdotto il contratto di convivenza con cui “i conviventi di fatto possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune”.


Con tale accordo i conviventi possono definire preventivamente i modi e l’entità della contribuzione per le necessità della vita in comune, anche in considerazione delle sostanze e delle rispettive capacità di lavoro professionale e casalingo, nonché scegliere il regime patrimoniale della comunione dei beni.


Il predetto contratto deve però, a pena di nullità, essere redatto per iscritto, con atto pubblico o scrittura privata autenticata. Se non viene utilizzato il suddetto strumento si prevede, in linea generale, che tutti gli esborsi, le attività prestate in costanza di convivenza, ed al fine dello svolgimento della vita familiare, siano state adempiute in esecuzione di doveri morali o sociali, pertanto rientranti nella categoria delle obbligazioni naturali ed irripetibili ai sensi dell’art. 2034 c.c..


Ferma restando la possibilità di esperire l’azione di arricchimento ex artt. 2041-2042 c.c. verso l’ex convivente.


L’arricchimento senza causa” è annoverato tra le fonti delle obbligazioni e costituisce uno strumento per ristabilire l’equilibrio patrimoniale tra soggetti.


Il nostro ordinamento prevede che un vantaggio economico ed il corrispondente depauperamento devono avere una giustificazione causale, che può discendere ad esempio dall’esecuzione di un contratto o da un atto di liberalità, o da una disposizione di legge.


In mancanza di tali presupposti si può agire per la restituzione dell’indebito (art. 2033 c.c.).

Qualora non si rinvenga uno specifico mezzo, già predisposto dal legislatore, è possibile ricorrere all’azione in parola, definita per questo motivo come residuale, proprio in virtù del carattere sussidiario espressamente accordato dal disposto dell’art. 2042 c.c..


È stato riconosciuto, prima a livello giurisprudenziale e poi anche a livello legislativo, che la convivenza more uxorio “assume il rilievo di formazione sociale dalla quale scaturiscono doveri di natura sociale e morale di ciascun convivente nei confronti dell’altro, da cui discendono, sotto vari aspetti, conseguenze di natura giuridica” e che “eventuali contribuzioni di un convivente all’altro vanno intese, invero, come adempimenti che la coscienza sociale ritiene doverosi nell’ambito di un consolidato rapporto affettivo che non può non implicare forme di collaborazione e di assistenza morale e materiale”.


Pertanto, come sopra anticipato, generalmente si riconducono le prestazioni e le contribuzioni eseguite durante la convivenza nell’alveo delle obbligazioni naturali.


Ma esistono dei limiti, travalicati i quali è esperibile anche in questi casi l’azione di arricchimento.


È stato osservato infatti che, al fine della sussistenza di un’obbligazione naturale, che giustificherebbe lo spostamento patrimoniale da un convivente all’altro, occorre provare non solo l’esistenza di un dovere morale o sociale, ma anche che il suddetto dovere sia stato adempiuto in modo spontaneo e con una prestazione avente carattere di proporzionalità ed adeguatezza.


Quando risulta invece che le prestazioni rese da un convivente e convertite a vantaggio dell’altro esorbitano i limiti di proporzionalità e adeguatezza, cioè non indispensabili al normale svolgimento della vita di coppia e/o famigliare, allora è configurabile una mera operazione economico-patrimoniale, comportante un ingiustificato arricchimento del convivente more uxorio con pregiudizio dell’altro e dunque legittimanti l’altro convivente a richiedere un indennizzo per riequilibrare lo squilibrio patrimoniale creato.


È evidente che nella valutazione dei sopra richiamati limiti/principi di proporzionalità ed adeguatezza, il giudice valuta la consistenza della prestazione rapportata alle condizioni sociali e alla capacità economica del soggetto che invoca il sopravvenuto depauperamento.


Sulla scorta di tali premesse il Supremo Collegio ha ad esempio ritenuto legittima l’azione di arricchimento svolta da un soggetto nei confronti degli eredi del proprio ex convivente, per vedersi riconoscere l’indennizzo per gli esborsi effettuati per l’acquisto di immobili intestati al solo de cuius, in considerazione della circostanza dell’entità delle sostanze impiegate e del vantaggio economico proprio ed esclusivo dell’altro convivente.


In altro caso gli Ermellini hanno riconosciuto l’indennizzabilità del “contributo lavorativo continuativo nell’azienda del convivente con arricchimento esclusivo dello stesso, in luogo dell’intera famiglia cui detto apporto lavorativo era preordinato”.


L’azione si prescrive nell’ordinario termine decennale e comincia a decorrere dal momento in cui l’arricchimento si è verificato. Tale momento in certi casi può coincidere però con il termine della convivenza.


In caso di problematiche attinenti il diritto di famiglia, separazioni, divorzi e necessità di mediazioni, non esitate a contattare l’associazione consumatori Avvocati al Tuo Fianco.

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