Come "tenere a bada" le cartelle esattoriali? Ecco i sistemi!


E’ frequente il caso di utenti che chiedono ad Avvocati al Tuo Fianco come evitare il pagamento di una cartella esattoriale, se è sufficiente liberarsi di ogni bene per sfuggire alla rete dell’Agenzia e quali altri strumenti esistono per cautelarsi dalle azioni esecutive conseguenti.


L’unico modo per non pagare legittimamente una cartella esattoriale è leggerla bene e verificare l’eventuale presenza di motivi invalidanti.

La lettura approfondita di una cartella esattoriale può non essere una faccenda scontata e può richiedere il confronto con un professionista avvezzo a riconoscere termini di prescrizione, codici dei tributi e altri contenuti tipici di questo genere di documentale. Vi invitiamo perciò, nel dubbio, a contattare Avvocati al Tuo Fianco per ottenere la consulenza utile.


Ma vediamo alcuni punti fondamentali sulla materia.


Innanzitutto la cartella esattoriale non può essere inferiore ad una certa somma nè superare un determinato ammontare massimo.

Dal 1 luglio 2012, l’Agenzia delle Entrate Riscossione non può notificare una cartella esattoriale per un importo inferiore a 30 euro, compresi interessi e sanzioni.

Quindi, non si può esagerare al ribasso, ma nemmeno al rialzo.


I latini dicevano che nessuno può essere costretto a una prestazione per lui impossibile («nemo ad impossibilia tenetur»). E l’Agente di riscossione deve seguire l’esempio dei latini: risulterebbe difficile, infatti, il pignoramento nei confronti di un nullatenente o di chi ha redditi talmente bassi da non riuscire a pagare il debito anche lavorando tutta una vita.

Ed è proprio a tutela di tale categoria svantaggiata che è stata posta in essere la legge 3 del 2012 di cui Avvocati al Tuo Fianco Vi parla da tempo e sulla quale abbiamo indefessamente scritto per chiarirne il più possibile tutti gli aspetti siano essi buoni o cattivi.


In pratica la legge citata vuole aiutare il sovraindebitato ad uscire dalla tenaglia del debito eccessivo, offrendogli 3 alternative: •raggiungendo un accordo con il 60% dei creditori, poi ratificato dal tribunale (cosiddetto accordo coi creditori); •ottenendo la decurtazione del debito dal tribunale, anche senza il consenso dei creditori (cosiddetto piano del consumatore); •disponendo la vendita dei propri beni attraverso il tribunale e procedendo alla ripartizione del ricavato tra i creditori (cosiddetta liquidazione del patrimonio).


Il ricorso agli strumenti elencati però presume che si sia data prova di non essersi indebitati per propria colpa (ad esempio vivendo al di sopra delle proprie possibilità) e di non aver usufruito di questa procedura nei 5 anni precedenti.

L’interessato dovrà farsi redigere un apposito programma da parte di un professionista, che sarà presentato in tribunale. A presiedere sulla regolarità della procedura sarà chiamato un «organismo di composizione della crisi», che potrebbe essere anche un commercialista o un avvocato.

L’associazione consumatori Avvocati al Tuo Fianco è la struttura più adatta alla quale rivolgersi nella gestione delle procedure descritte in quanto dispone di tutte le competenze necessarie a condurre l’assistito lungo l’intero percorso. Ridurre i debiti con il piano del consumatore (destinato solo ai debiti che non derivino da attività imprenditoriali) o con l’accordo coi creditori è possibile anche nel caso in cui il creditore sia uno soltanto.


Così, se il contribuente ha accumulato un’esposizione debitoria solo nei confronti dell’Agenzia delle Entrate Riscossione, può ricorrere alle citate procedure e ottenere un taglio degli importi fino all’80%.


Cosa succede invece se la cartella esattoriale ricevuta era destinata ad una persona defunta di cui si è eredi?

Se arriva una cartella esattoriale dell’Agenzia delle Entrate Riscossione intestata ad un defunto, facendo un’istanza di sgravio alla stessa Agenzia delle Entrate Riscossione, gli eredi potranno ottenere di non pagare le sanzioni.


Rinunciando in toto all’eredità potranno evitare di pagare del tutto, mentre accettando l’eredità con beneficio di inventario, ridurranno la propria responsabilità solo ai beni ottenuti con la successione. Significa che se decidono di non pagare, l’Agenzia delle Entrate Riscossione potrebbe pignorare solo i beni ereditati e non quelli del patrimonio personale.


Un altro modo che ha l’erede per non pagare i debiti del parente defunto è quello di verificare che la cartella esattoriale sia stata correttamente notificata. La notifica, infatti, nel primo anno dopo il decesso, deve avvenire: •direttamente e nominativamente agli eredi: se questi hanno fatto la comunicazione di decesso all’Agenzia delle Entrate; •impersonalmente e cumulativamente a tutti gli eredi, all’ultimo indirizzo del soggetto defunto (la dicitura della raccomandata sarà “Eredi del sig…..”).


Invece, dopo un anno dalla morte del debitore, l’Agenzia delle Entrate Riscossione deve effettuare la notifica personalmente e nominativamente ai singoli eredi, ciascuno per la sua parte. A tal fine, la notifica dovrà avvenire presso il rispettivo indirizzo di residenza.

Una indicazione che diamo spesso a coloro che si rivolgono ad Avvocati al Tuo Fianco in quanto angosciati dal ricevimento di una cartella esattoriale è di valutare esattamente la misura della loro “appetibilità” i qualità di debitori.


Ovvero: quanti beni e quale tipo di beni possiede il debitore?

Il debitore nullatenente, cioè colui che non ha redditi o beni intestati a sé o in comunione con altri soggetti, può rilassarsi.


In Italia, infatti, non ci sono conseguenze ulteriori rispetto al pignoramento in caso di mancato pagamento dei debiti tributari. Solo se l’evasione supera determinate soglie può scattare il reato e, quindi, il procedimento penale (250mila euro per l’omesso versamento di Iva, 150mila euro per l’omesso versamento ritenute previdenziali).


Il debitore che non sia riuscito a pagare la cartella dell’Agenzia delle Entrate Riscossione non viene segnalato in Crif o alla Centrale Rischi, come potrebbe succedere a chi ha un debito con una banca, una finanziaria o altro intermediario finanziario.


Dunque, tutto ciò che può fare l’Agenzia delle Entrate Riscossione è passare al microscopio, attraverso un controllo sulle banche dati telematiche del Fisco (Anagrafe tributaria, Anagrafe dei conti correnti, Registri immobiliari), il debitore per verificare che sia effettivamente nullatenente.


Quando l’indagine ha esito positivo, l’Agenzia inserisce il debito tra quelli non recuperabili la cui riscossione, di norma, dopo qualche anno, viene abbandonata. Alla peggio, ci possono essere indagini e ispezioni più approfondite, eventualmente con l’ausilio della Guardia di Finanza.


Possono stare tranquilli anche il coniuge in regime di separazione dei beni e genitori o altri parenti: su di loro non c’è possibilità di rivalsa. L’unica ipotesi di trasmissione dell’obbligazione è in caso di decesso: a rispondere del debito sarebbero gli eredi, ma coi limiti descritti poco sopra. Di pignoramento di conto corrente, Avvocati al Tuo Fianco ha più volte dato delucidazioni che però non guasta mai rimarcare.

Se il debitore è titolare di un conto corrente in rosso, cioè vuoto o in perdita o sul quale è aperto un affidamento (cosiddetto «fido» o «apertura di credito»), il pignoramento non può avvenire.

E se l’Agenzia delle Entrate Riscossione dovesse ugualmente notificare gli atti, la banca le comunicherebbe che sul conto non vi è disponibilità di denaro e il pignoramento presso terzi si chiuderebbe con esito negativo.


Se il conto corrente contiene, invece, solo redditi di lavoro dipendente o di pensione, anche se il saldo è attivo, il pignoramento deve osservare specifici limiti.

Per i redditi da lavoro dipendente il limite intoccabile è pari 1.344,21 euro in caso di stipendi (ossia il triplo dell’assegno sociale) e il pignoramento può estendersi sull’eventuale eccedenza.

Quindi, il contribuente che riesca a mantenere il conto entro questa soglia non deve temere alcunché. Per tutti gli accrediti successivi (di stipendio o pensione) il pignoramento può avvenire fino a massimo 1/5.


Se invece lo stipendio viene pignorato presso terzi ovvero direttamente presso il datore di lavoro, il limite massimo è di 1/10 del netto della busta paga se questa non raggiunge 2.500 euro; se invece la busta paga è compresa tra 2.500 e 5.000 euro, il pignoramento può avvenire fino a massimo 1/7. Per importi superiori, il limite è di 1/5.


Nel caso in cui il pignoramento della pensione avvenga direttamente in capo all’ente previdenziale (per es. Inps), vigono due regole: •così come con lo stipendio, il pignoramento può avvenire fino a massimo 1/10 della pensione se questa non raggiunge 2.500 euro; se invece la pensione è compresa tra 2.500 e 5.000 euro, il pignoramento può avvenire fino a massimo 1/7, e per importi superiori il limite è di 1/5.

Tali percentuali non si applicano su tutta la pensione, ma su quella parte che eccede il cosiddetto minimo vitale, pari all’assegno sociale (per il 2017 è di 448,07 euro) aumentato della metà (quindi di 224,93 euro). Pertanto, il minimo vitale nel 2017 è fissato in che è pari a 672,10 euro.

Significa che se una pensione è di 1.000 euro, il decimo (1/10) si applica sulla differenza tra 1.000 e 672,10 euro (cioè sarebbe 1/10 di 327,9 euro, quindi 32,79 euro).

Istituendo un fondo patrimoniale è poi possibile salvaguardare i propri beni, ma è necessario che il fondo sia stato annotato a margine dell’atto di matrimonio prima della nascita del debito (per esempio, della data di scadenza della dichiarazione cui si collega la morosità). Per evitare poi la revocatoria del fondo devono passare almeno 5 anni dalla sua annotazione.

Tuttavia, anche per i debiti successivi alla costituzione del fondo patrimoniale, la Cassazione ha ripetuto più volte che tale vincolo non tutela se il debito fiscale attiene a redditi di natura lavorativa o imprenditoriale (esclusi solo quelli di attività speculative). Ultima evenienza che fa decadere il diritto dell’Agenzia di pretendere un pagamento è la prescrizione della cartella.

Quindi attendere il tempo necessario per la prescrizione degli importi richiesti in pagamento, a patto naturalmente che entro tali termini, non arrivino atti interruttivi come un sollecito, il preavviso di fermo o di ipoteca, un pignoramento, ecc., può sollevare il debitore dal suo obbligo.

Una volta intervenuta la prescrizione, però, non sempre l’Agente di riscossione si adegua alla richiesta di cancellazione del debito avanzata dal contribuente, ma di norma è necessario un ricorso al giudice.

I termini di prescrizione variano a seconda del tributo, e sono di: •10 anni per Irpef, IVA, Imposta di Registro, Irap, imposta ipocatastale, canone Rai, diritti camera di commercio. A tale riguardo, però, si segnala un orientamento della Cassazione secondo cui la prescrizione per l’Irpef sarebbe di 5 anni; •5 anni per sanzioni amministrative, codice della strada, contributi Inps, e Inail, imposte locali come Tari, Ici, Imu, Tarsu, Tasi, Tosap; •3 anni per bollo auto (i tre anni decorrono dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui il pagamento doveva essere effettuato).


Ricordiamo che quando si verificano tali circostanze prescrittive, la contestazione può essere effettuata anche senza avvocato, per via amministrativa.

Ciononostante consigliamo sempre caldamente agli utenti di non rischiare di affrontare la selva normativa che caratterizza il sistema italiano senza la guida di un professionista del ramo. Anche nell’azione di cancellazione del debito può dunque essere fondamentale e determinante l’affidarsi ad una associazione come Avvocati al Tuo Fianco che possa offrire l’appoggio specialistico richiesto.

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