Autotutela: fondamentale predisporre anche il ricorso al giudice!

Wednesday, July 26, 2017

 

Nuova sentenza ribalta il popolare principio del silenzio assenso.


Attenzione quindi: preoccupatevi in ogni caso di predisporre sempre anche il ricorso al giudice.

L’associazione consumatori Avvocati al Tuo Fianco ha spesso richiamato l’attenzione sul tema dell’autotutela, suggerendo sempre di approcciare tale strumento con cautela e con l’assistenza di un legale onde evitare di incappare in situazioni poi irrimediabili.

 

In un precedente articolo abbiamo anche sollecitato il ricorso contemporaneo al giudice a copertura di una pronuncia negativa da parte della PA / dell’ente interpellato.

 

Ed ecco che una sentenza pronunciata il 13 luglio scorso, conferma le raccomandazioni fattevi proprio da Avvocati al Tuo Fianco.

 

In questo caso, il Tribunale ha stabilito che il contribuente che presenta ricorso in autotutela non ha diritto a ottenere una risposta da parte dell’amministrazione. Contro l’eventuale silenzio, quindi, non ci sono mezzi di tutela e non è possibile fare opposizione. 

Si afferma dunque il principio del «silenzio-rigetto» o «silenzio rifiuto» in contrapposizione al più popolare “silenzio - assenso”. 

 

Quindi che fare se l’amministrazione non risponde al ricorso in autotutela?

 

Poniamo caso che abbiate ricevuto una richiesta di pagamento del bollo per un’auto già venduta da tempo e che, non volendo investire denaro in avvocati e ricorsi, decidiate di inoltrare all’amministrazione un ricorso in autotutela. Convinti che il ricorso vi verrà certamente accettato (per via della banalità dell’errore), non fate neanche ricorso al giudice.

 

Dopo diversi mesi dall’iniziativa in autotutela e quando ormai sono abbondantemente scaduti i termini per l’impugnazione alla Commissione Tributaria, ricevete una cartella di pagamento per il medesimo bollo auto. Ovviamente a quel punto, anche rivolgendovi al al giudice per impugnare la cartella. Il ricorso vi verrebbe rigettato. 

 

Secondo il giudice, infatti, non è possibile ricorrere contro il silenzio rifiuto all’autotutela. Peraltro, essendo scaduti ormai i termini per contestare l’originaria pretesa di pagamento, dovrete pagare l’imposta benché inizialmente non dovuta.

 

Come Avvocati al Tuo Fianco vi ha sempre sollecitati a fare: quando si presenta un ricorso in autotutela è sempre meglio preparare le carte per il ricorso al giudice.

 

In particolare la sentenza ricorda in commento che, nel nostro ordinamento, la legge non prevede alcun obbligo per la P.A. di rispondere alle istanze di autotutela presentate dai contribuenti. 

 

Parere che conferma una precedente sentenza, la n. 1182/15 del marzo 2015 del Consiglio di Stato, sez. V, offre l’opportunità di una riflessione sul tema in oggetto, la quale ritiene non sussistente il presupposto del ricorso avverso il silenzio, ovvero l’esistenza di un obbligo giuridico di provvedere da parte dell’Amministrazione nell’ambito di un procedimento amministrativo previsto dalla legge.

 

E prosegue anche precisando che tale obbligo di provvedere sussiste, principalmente, nei casi previsti e disciplinati dalla legge, nei quali, cioè, l’istante, nella titolarità di una posizione giuridica, astrattamente riportabile alla figura dell’interesse legittimo cd. “pretensivo”, aspira al rilascio di un atto nell’ambito di un procedimento tipico disciplinato dall’ordinamento (a titolo meramente esemplificativo si pensi ad un privato richiedente un provvedimento di autorizzazione, di concessione, di abilitazione).

 

Risultato: non è possibile impugnare innanzi al giudice il diniego di autotutela che scatta con il silenzio-rifiuto. 

 

D’altra parte ammettendo il ricorso contro il silenzio-rifiuto significherebbe offrire una seconda possibilità di tutela, attivabile in qualunque momento e senza scadenze contro lo stesso atto impositivo anche quando esso è divenuto definitivo, mettendo in discussione  l’obbligo tributario consolidato.

 

Grazie all’autotutela la pubblica amministrazione, che si accorge (d’ufficio o su segnalazione del contribuente) di aver emesso un atto viziato, può annullarlo totalmente o parzialmente. Tuttavia, per l’esercizio del potere di autotutela non è richiesta alcuna istanza del contribuente; si tratta infatti di un’attività che l’amministrazione svolge per tutelare sé stessa dal ricorso del contribuente contro un provvedimento illegittimo.

 

Tale annullamento, pertanto, non è uno strumento di protezione del contribuente ma dell’amministrazione stessa.
 
L’amministrazione può procedere all’annullamento con l’autotutela anche se sull’atto pende un ricorso davanti al giudice o se lo stesso è divenuto definitivo per non essere stato impugnato nei termini.

 

Il potere di annullare un atto da parte del fisco dipende da valutazioni largamente discrezionali.

 

Esistono però dei casi in cui, fermo restando il principio di non impugnabilità del diniego di autotutela, il giudice ha ritenuto che, se l’atto contestato non è ancora divenuto definitivo (ossia pendono i termini per fare ricorso), l’eventuale rifiuto della pubblica amministrazione all’istanza del contribuente deve essere motivato. 

 

Per esempio, in virtù del requisito irrinunciabile della trasparenza di cui dovrebbe sempre essere sempre dotato il comportamento dell’amministrazione finanziaria, la Commissione Tributaria provinciale di Campobasso, in una sentenza del 2014, ha stabilito che in presenza di una istanza in autotutela, l’amministrazione deve decidere (con un provvedimento di accoglimento o di rigetto dell’istanza di autotutela) entro il termine per ricorrere innanzi al giudice tributario. 

 

In caso contrario l’amministrazione deve essere condannata a pagare un indennizzo per aver dato luogo a un giudizio che poteva essere evitato. 

 

Si tratta di un comportamento dettato da mala fede o colpa grave che dà luogo a una responsabilità aggravata. Questo significa che, tenuto conto del fatto che il termine per presentare ricorso contro una richiesta di pagamento è di 60 giorni, in presenza di un’istanza di autotutela del contribuente «l’ente impositore ha l’obbligo, non solo morale, ma giuridico di emettere il provvedimento conclusivo, positivo o negativo che sia, del predetto procedimento, prima della scadenza del termine» predetto.

 

Altrimenti vengono lesi i diritti del contribuente e l’amministrazione finanziaria risponde per responsabilità aggravata.

 

Dello stesso avviso anche la Cassazione [2010] secondo cui i contribuenti possono rivolgersi al giudice ordinario per ottenere il risarcimento dei danni, materiali ed esistenziali, subiti in seguito al mancato o ritardato annullamento di un atto impositivo illegittimo.

 

La giurisprudenza ha poi individuato ulteriori fattispecie nelle quali può essere legittimamente individuato un obbligo della PA di provvedere sull’istanza di parte ed in cui, in caso di inerzia, può parlarsi di silenzio – inadempimento, con conseguente attivazione del rimedio del ricorso al G.A.

 

Tali situazioni sono state ricollegate alla sussistenza di particolari ragioni di giustizia sostanziale, ovvero di particolari rapporti esistenti tra Amministrazioni ed amministrati i quali impongano l’adozione di un provvedimento espresso poichè ci si trova in presenza di un pericolo per l’igiene, l’ordine e la sicurezza pubblici, determinando la sussistenza di ragioni di giustizia sostanziale che richiedono anche l’intervento dell’Amministrazione a tutela dell’incolumità pubblica.


Non rinunciate ad utilizzare l’autotutela, è un vostro diritto, ma chiedete sempre il consiglio e il supporto di un avvocato e non rinunciate  a preparare il ricorso presso i Giudice.

Contattate Avvocati al Tuo Fianco ai numeri 0332 15 63 491 - cell. ufficio 392 72 13 418.
 

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