Il risarcimento del datore di lavoro per l'invalidità del dipendente in caso di sinistro stradal



Un evento pregiudizievole può provocare un danno patrimoniale ad un soggetto in quanto può direttamente o indirettamente influire sulla sua situazione patrimoniale.


Il danno può concretizzarsi sia in danno emergente quando si verifichi una effettiva perdita economica), sia in lucro cessante quando si verifichi un mancato guadagno.

La norma fondamentale in tema di responsabilità aquiliana rimane l’art. 2043 c.c. , che, attraverso la lettura giurisprudenziale, ha progressivamente esteso la portata della risarcibilità del danno ingiusto.

Un caso particolare è quello del datore di lavoro che abbia subito un danno a seguito dell’incidente stradale che abbia avuto come vittima un suo dipendente.

Infatti, se il sinistro colpisce il dipendente in misura tale da impedirgli di recarsi sul posto di lavoro per potersi curare e rimettere in sesto, il suo titolare può aver subito un ingiusto danno consistente nella assenza forzosa del proprio dipendente.


La Giurisprudenza, sia di legittimità che di merito, ha progressivamente riconosciuto il diritto all’azione di rivalsa del datore di lavoro nei confronti di chi abbia provocato un danno al proprio dipendente.

Il problema è stato inizialmente affrontato a cavallo tra gli anni settanta ed ottanta con pronunzie ormai storiche.


La Suprema Corte ha così sentenziato nel 1980.

"Qualora il diritto di credito di uno dei soggetti del rapporto contrattuale sia leso dal fatto di un terzo, l’obbligo del risarcimento ai sensi dell’art 2043 cod civ e limitato - in base al principio stabilito dall’art 1223 cod civ e valido sia per la responsabilità contrattuale che per quella extracontrattuale - ai danni che siano conseguenza immediata e diretta dell’illecito secondo un rigoroso rapporto di causalità. in particolare, nelle ipotesi d’incidenza del fatto del terzo in un rapporto contrattuale di lavoro - esclusa in ogni caso la risarcibilità, in favore del datore di lavoro, dei danni costituiti dal versamento dei contributi assicurativi e dalla corresponsione al lavoratore, nei giorni di assenza, della retribuzione e dell’indennità integrativa di malattia - deve accertarsi, volta per volta, se la mancata prestazione del lavoratore, ricollegabile in via diretta e immediata al fatto illecito del terzo, abbia, in concreto, dato luogo alla necessita di sostituire il lavoratore assente con altra persona, con relativo sacrificio di natura economica, ovvero all’impossibilita di tale sostituzione, in relazione alla particolare natura ed importanza della prestazione lavorativa venuta meno (definitivamente o temporaneamente), con conseguente grave ed insanabile pregiudizio dell’azienda." [...]

LCass. Civ. Sez. III 1° aprile 1980 n. 2105.


Quindi, nel 1980, la Suprema Corte iniziava a muovere i primi timidi passi verso la risarcibilità del danno subito dal datore di lavoro pur escludendo fermamente gli obblighi previdenziali e sottolineando l’importanza dell’ onere probatorio relativo al danno subito dall’imprenditore.


Sul punto la Giurisprudenza di merito seguiva la scia aperta dalla Cassazione, spingendosi anche più in là con il riconoscimento del diritto al rimborso della quota relativa al mantenimento del lavoratore per il periodo di assenza.


"Va riconosciuto fondato il diritto del datore di lavoro al risarcimento dei danni direttamente cagionatigli dalla privazione delle energie lavorative del dipendente rimasto leso in un incidente stradale. L’assenza del lavoratore, infatti, priva l’imprenditore delle forze che quel prestatore, in quel certo periodo, sarebbe stato vincolato a prestare esclusivamente in favore dell’azienda alla quale è legato dal rapporto di lavoro. Avendo il lavoratore diritto, quale inadempiente incolpevole di un rapporto contrattuale di lavoro subordinato, alla controprestazione (pagamento della retribuzione), consegue che le lesioni che invalidano in qualche misura la sua capacità lavorativa procurano, tra gli altri, un danno diretto nel patrimonio del datore di lavoro, creditore della prestazione mancata. Pertanto, spetta all’imprenditore, a titolo di risarcimento dei danni, il rimborso della quota, valutabile in via equitativa, relativa al mantenimento del lavoratore per il periodo di assenza"

(Pretura Modena 14.5.1981, Società’ Faral c. Società’ Righi e altro, in Orient. giur. lav. 1982, 1008).

L’effettivo giro di boa si è però avuto con la pronunzia delle Sezioni Unite della Suprema Corte, che, in funzione di nomofilachia, hanno avuto occasione di precisare il principio di diritto attinente alla tutela aquiliana del datore di lavoro per invalidità temporanea causata da terzi.


"Il responsabile di lesioni personali in danno di un lavoratore dipendente, con conseguente invalidità temporanea assoluta, è tenuto a risarcire il datore di lavoro per la mancata utilizzazione delle prestazioni lavorative, la quale integra un ingiusto pregiudizio, a prescindere dalla sostituibilità o meno del dipendente, causalmente ricollegabile al comportamento doloso o colposo di detto responsabile. Tale pregiudizio, in difetto di prova diversa, è liquidabile sulla base dell’ammontare delle retribuzioni e dei contributi previdenziali, obbligatoriamente pagati durante il periodo di assenza dell’infortunato, atteso che il relativo esborso esprime il normale valore delle prestazioni perdute (salva restando la risarcibilità dell’ulteriore nocumento in caso di comprovata necessità di sostituzione del dipendente)."

Cass. Sez. Un. 12 novembre 1988 n. 6132


Le Sezioni Unite hanno avuto quindi modo di precisare la sussistenza del diritto del datore di lavoro al risarcimento pari all’ammontare delle retribuzioni e contributi pagati, salvo prova del maggior danno.


La Corte ha quindi stabilito che il responsabile delle lesioni personali in danno di un lavoratore dipendente sia tenuto a risarcire il datore di lavoro per l’esborso a vuoto della retribuzione (e dei relativi accessori) al predetto dipendente infortunato.


Il pagamento della retribuzione è inevitabile in quanto dovuto per legge e per contratto e tale inevitabilità si traduce in un danno ingiusto per il datore di lavoro, giacché il fatto illecito del terzo, che lede l’integrità fisica del lavoratore, determinerebbe l’assenza dal lavoro per malattia, priva nel contempo il datore di lavoro delle prestazioni lavorative e lui dovute, senza sospendere il suo obbligo di corrispondere la retribuzione.

Pertanto, con la menzionata sentenza si è riconosciuto che il danno risentito dal datore di lavoro per l’invalidità temporanea del dipendente, causata dalla predetta azione dal terzo, va risarcito da quest’ultimo, sussistendo un nesso tra l’evento lesivo ed il pregiudizio economico che per suo tramite è derivato al datore di lavoro.


Ci si è pertanto chiesto se competesse al datore di lavoro azione diretta anche nei confronti dell’assicuratore del danneggiante al fine di ottenere il ristoro dei danni patiti.


E la risposta è affermativa poichè il contratto di assicurazione da responsabilità civile obbliga l’assicuratore a rispondere per l’assicurato del rimborso che questi deve ad un terzo (art. 1916 cod. civ.).

Quindi, l’assicuratore risponde, nei limiti del massimale, di tutti gli eventi dannosi derivanti dall’evento assicurato. Pertanto la legge n. 990 del 1969 sull’assicurazione obbligatoria della responsabilità civile da circolazione dei veicoli a motore ha accentuato tale obbligo, in quanto, all’art.- 18, ha attribuito al "danneggiato" da sinistro causato dalla detta circolazione la legittimazione attiva ad esperire azione diretta per il risarcimento del danno nei confronti dell’assicuratore del responsabile.

Dove naturalmente per "danneggiato" si intende non solo chi è coinvolto direttamente nel sinistro, ma anche chiunque abbia subito un danno che si trovi in rapporto causale con il sinistro, cioè che si presenti come effetto normale e conseguenziale del fatto illecito, ai sensi dell’art. 1223 cod. civ., sulla cui interpretazione la Corte di Cassazione, seppur su fattispecie differenti, aveva avuto modo di pronunziarsi.

Ne discende che, coprendo la garanzia assicurativa (obbligatoria) anche i danni costituiti dalla lesione, in dipendenza del sinistro, di diritti di credito, il titolare di tali diritti è legittimato a richiedere il relativo risarcimento dell’assicuratore del danneggiante, come può pertanto avvenire appunto nel caso in esame.


Così la Suprema Corte ha inaugurato un indirizzo costante

"Nella nozione di danneggiato dalla circolazione di veicolo o natante soggetti all’obbligo assicurativo, in relazione al quale l’art. 18 della legge 24 dicembre 1969 n. 990 prevede l’azione diretta contro l’assicuratore, vanno incluse, non soltanto le persone direttamente e fisicamente coinvolte nell’incidente, ma tutte quelle che abbiano subito un danno in rapporto di derivazione causale con l’incidente medesimo, e, quindi, anche il datore di lavoro, in relazione al pregiudizio subito per l’invalidità temporanea del dipendente, considerato che tale estensione di quell’azione diretta, al di là delle specifiche ipotesi di responsabilità contemplate dall’art. 2054 c.c., è imposta dal coordinamento del citato art. 18 con le altre disposizioni della legge (in particolare agli artt. 21, 27 e 28) e dalla "ratio" della norma stessa, rivolta ad accordare la suddetta azione con riferimento a tutti gli effetti patrimoniali negativi della circolazione del veicolo assicurato"

(Cass. sez. civ. III, 21.10.1991, n. 11099, Istituto Trentino Alto Adige Assicurazioni c. Società Sechler Hold e altro, in Giust. civ. Mass. 1991, fasc.10).


"Al datore di lavoro, che abbia risentito pregiudizio a causa della invalidità’ temporanea del dipendente coinvolto in incidente stradale, spetta l’azione diretta contro l’assicuratore, ai sensi dell’art. 18 l. 24 dicembre 1969 n. 990, tenendo conto che il principio operante in materia di assicurazione della responsabilità civile, secondo cui l’assicuratore, nei limiti del massimale, risponde di tutti i fatti dannosi derivanti dall’evento assicurato, trova conferma ed accentuazione nel citato art. 18, il quale accorda detta azione in via generale al "danneggiato", senza alcuna limitazione alle sole ipotesi di responsabilità di cui all’art. 2054 c.c."

(Cass. sez. III civ., 21.10.1991, n. 11100, ITAS Assicurazioni c. Pegoraro e altro, in Giust. civ. Mass. 1991, fasc.10).


Il principio secondo il quale il responsabile che abbia danneggiato il lavoratore dipendente in modo da provocarne l’invalidità lavorativa temporanea e assoluta è tenuto a risarcire il datore di lavoro per la mancata utilizzazione delle prestazioni lavorative del predetto dipendente, trova applicazione anche nel caso di lavoro prestato per una società di persone da un socio, sia che si tratti di lavoro subordinato, sia che si tratti di conferimento di lavoro, a fronte del quale non vi sia retribuzione, ma solo partecipazione agli utili societari.


"In tale ultima ipotesi, il danno per la società può consistere in una diminuzione degli utili per la mancanza dell’apporto lavorativo del socio, che, ove non assorbita dalla diminuzione della quota degli utili corrisposti al socio danneggiato - il quale potrà farla valere nei confronti del danneggiante -, deve essere risarcita alla società dal danneggiante."

Cass.Civ. Sez. III 4 novembre 2002 n. 15399.

Risulta quindi ormai assodato il diritto del datore di lavoro a vedersi risarcito direttamente dei danni cagionati per la privazione delle forze lavoro del dipendente.

In particolare, il danno sarà individuato sia nella retribuzione versata "a vuoto", sia nelle spese eventualmente sostenute per sostituire il dipendente incolpevolmente assente.


Ovviamente l’onere di provare quanto esborsato spetterà al datore di lavoro nonchè danneggiato, allegando la documentazione degli esatti importi eventualmente esborsati in base al noto principio del giudizio iuxta alligata et provata che governa il processo civile.


In caso di dubbio, comunque, bene il Giudice di prime cure potrà affidarsi ad una consulenza contabile attraverso l’ausilio di un consulente del lavoro.


In alcuni particolari casi, a seguito di calcoli fatti dall’Inps, al datore di lavoro può essere richiesto di versare, sempre a seguito dell’infortunio, un supplemento del premio assicurativo dovuto all’INAIL a copertura dell’aumentato rischio.

Anche in questo caso, è previsto il rimborso di quanto esborsato dal datore di lavoro, fermo restando l’onere della prova a suo carico.


In caso di infortuni, sinistri o danni derivanti dall’azione di terzi non esitate a tutelare i vostri diritti al risarcimento e/o al rimborso: contattate l’Associazione Consumatori Avvocati al Tuo Fianco al numero 0332 15 63 491 o al numero verde 800 91 31 81.

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