Il minimo vitale impignorabile nel 2017

Thursday, January 5, 2017

 

 

Esiste un minimo vitale intoccabile dai creditori sia per i pensionati che per i dipendenti che percepiscono uno stipendio.  L’associazione consumatori Avvocati al Tuo Fianco vi informa su quelli che sono i vostri diritti sia in un caso che nell’altro.

 

In caso di pensione
Il minimo vitale impignorabile della pensione è pari alla misura dell’assegno sociale Inps aumentato della metà. 
Dunque non tutto il quinto della pensione è pignorabile, ma solo quella parte che eccede il cosiddetto «minimo vitale», una somma ritenuta intoccabile in quanto servirebbe a garantire al pensionato un’esistenza dignitosa e decorosa. 

 

Ecco come calcolare il minimo vitale: prendiamo la somma prevista per l’assegno sociale erogato dall’Inps (importo annualmente rivalutato) e aumentiamolo della metà. Esempio: se la pensione sociale è attualmente di 448,07 euro, il minimo di sopravvivenza impignorabile è pari a 672,10 euro (ossia 448,07 + 224,03 [che è la metà di 448,07]). 

 

Il risultato di tale operazione rappresenta la parte di pensione inalienabile ovvero la pensione “super garantita” e al di sotto della quale la mensilità non può mai scendere.

 

Se non siete bravi con la matematica a fare i calcoli o non siete pratici di queste materie, vi consigliamo di rivolgervi all’associazione consumatori Avvocati al Tuo Fianco o ad altra associazione in grado di operare sul territorio secondo i nostri standard e i nostri metodi.

 

Se per il 2015 l’assegno sociale ammontava a 448,51 euro mensili per 13 mensilità, per il 2016 e il 2017 (fino a nuova indicazione dell’Inps) la misura resta quella indicata lo scorso 31 dicembre 2015, ossia 448,07 euro mensili per 13 mensilità.

 

In attesa, dunque, di conoscere il prossimo aggiornamento degli importi della pensione sociale (incrociamo le dita), la quota di pensione impignorabile per il 2017 è pari a 672,10 euro.

 

Forse non lo sapete ma anche questo risultato è stato realizzato dalla giurisprudenza quindi, in un certo senso dallo sforzo di tutti quanti noi insieme che ci siamo mossi per rivendicare, per promuovere e per ottenere dai tribunali i giusti riconoscimenti.  Anche come associazione consumatori Avvocati al Tuo Fianco stiamo lavorando molto in questo senso e vi invitiamo a non trascurare i vostri diritti e se non ci riuscite da soli fatevi aiutare da noi!

 

Riassumendo la storia della modifica sarebbe andata così: pur essendo stata introdotta due anni fa, per colmare  una lacuna presente nel nostro codice di procedura civile il quale, pur stabilendo che la pensione non potesse mai scendere al di sotto del minimo vitale,  non aveva mai avuto attuazione.
Infatti la quantificazione di tale minimo impignorabile è stata poi elaborata dalla giurisprudenza. 


Ora la riforma ha tolto ogni dubbio sul punto disponendo quanto segue:

«Le somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell’assegno sociale, aumentato della metà. La parte eccedente tale ammontare è pignorabile nei limiti previsti dal terzo, quarto e quinto comma nonché dalle speciali disposizioni di legge».

 

 

In caso di stipendio
Innanzitutto diciamo subito che per lo stipendio non esiste realmente un minimo impignorabile come previsto per le pensioni.
Perciò, una volta applicati i limiti di pignoramento stabiliti dalla legge, tutto il resto della busta paga è pignorabile anche se lo stipendio ammonta a poche centinaia di euro.

Il pignoramento dello stipendio è soggetto a una serie di limiti a seconda che esso avvenga presso il datore di lavoro o presso la banca ove il lavoratore possiede il conto corrente su cui è accreditata la busta paga. 

Non bisogna però lasciarsi prendere dallo sconforto: esistono delle soluzioni, legalmente consentite, che consentono al debitore di non rinunciare neanche a un euro del proprio salario. 


E, anche in questo frangente, per avere la certezza di fare la cosa giusta e non perdere l’opportunità di tutelare i vostri diritti, vi consigliamo di rivolgervi all’associazione consumatori Avvocati al Tuo Fianco e ottenere così la consulenza legale utile a comprendere come meglio affrontate il problema.  Chi meglio inizia, meglio finisce.

 

Quali sono i limiti di pignoramento dello stipendio
Per sapere di quanto lo stipendio può essere pignorato, è necessario capire se il pignoramento è avvenuto in busta paga o presso la banca.  Verificarlo è semplice: è sufficiente leggere l’atto giudiziario notificato dall’ufficiale giudiziario, nella tradizionale busta verde degli atti giudiziari.
In esso infatti è riportato il nome del terzo pignorato, ossia l’istituto di credito o l’azienda presso cui il debitore presta lavoro.
 
 
In caso di pignoramento notificato al datore di lavoro

Il creditore può notificare l’atto di pignoramento (cosiddetto pignoramento presso terzi) al datore di lavoro del debitore (oltre a quest’ultimo che ne deve essere messo a conoscenza per potersi, eventualmente, difendere e opporsi). 

Il datore di lavoro comunicherà poi, al creditore pignorante, con raccomandata a.r. o con posta elettronica certificata, se il dipendente è in credito di somme di denaro o meno (cosa che, per esempio, nel caso di dimissioni o licenziamento porterebbe a un pignoramento negativo).

  
Come a molti noto, il creditore non può pignorare più di 1/5 (un quinto) dello stipendio. Il “quinto” viene calcolato sul netto dello stipendio e non sul lordo. Per cui, uno stipendio netto di 1.000 euro subisce una trattenuta di 200 euro, pari cioè al 20%.
 
La procedura prevede poi che dopo la comunicazione dell’azienda al creditore, ci sia una citazione a comparire a un’udienza innanzi al tribunale civile, rivolta sia al debitore che al terzo pignorato. A tale udienza, il magistrato verifica se il terzo pignorato ha fornito dichiarazione positiva (esistenza di crediti del lavoratore) o negativa (inesistenza di crediti del lavoratore) e, nel primo caso, autorizza il pignoramento. Questo significa che, da allora in poi – e non prima – il datore di lavoro sarà obbligato per legge a trattenere 1/5 dello stipendio e versarlo direttamente al creditore. Questo dovrà avvenire fino a quando il debito non sia stato completamente saldato.
 
Questa regola vale per qualsiasi tipo di stipendio, a prescindere dall’importo erogato al dipendente. Per ipotesi, anche uno stipendio di 300 euro resta pignorabile per un quinto, alla pari di uno da 5.000 euro al mese. Non esistono, come detto in apertura, soglie sotto le quali lo stipendio non sia pignorabile.
 
Le regole non cambiano nel caso in cui il dipendente sia creditore solo del TFR: anche su di esso si applica il limite di 1/5 per il pignoramento.

  
Le stesse regole si applicano all’agente di commercio: anche per essi, infatti, vige il limite di 1/5 per il pignoramento delle provvigioni nei confronti della società committente presso cui hanno il mandato.
 
Come si calcola il pignoramento del quinto dello stipendio?

Innanzitutto si deve prendere a riferimento l’importo netto dello stipendio e non la quota lorda.
Intendendosi per importo netto lo stipendio escluse le trattenute di legge (imposte e contributi), e le eventuali cessioni volontarie o deleghe di pagamento.
 
Che succede se, insieme al pignoramento, c’è la cessione del quinto dello stipendio?
Non si prendono in considerazione eventuali cessioni del quinto fatte volontariamente dal lavoratore in favore di banche o finanziarie. Per cui, tanto per esemplificare, se il debitore con uno stipendio di 1.000 euro subisce già la trattenuta del quinto per l’acquisto di un’auto, il pignoramento sarà ugualmente di 200 euro, ossia il 20% di mille, nonostante a lui, in busta paga, gli arrivino solo 800 euro.

  
 
Che succede se ci sono più pignoramenti contemporaneamente?

Quando vengono notificati più pignoramenti nello stesso momento di norma il successivo si va a soddisfare solo dopo che quello precedente sia stato completamente saldato. La procedura è la stessa, ma il giudice autorizzerà l’assegnazione delle somme “in accodo”, ossia l’uno di seguito all’altro.
Questa regola, tuttavia, non vale quando i crediti che originano il pignoramento abbiano una causa differente. Le cause possono essere, di norma, di tre tipi: 
– crediti privati (per es. un fornitore, un professionista, un parente per un prestito, la controparte che ha vinto una causa, ecc.)
– crediti per tasse o altre somme dovute allo stato (si tratta, quindi, quasi sempre di Equitalia);
– crediti per alimenti (è il caso dell’ex moglie cui il giudice abbia riconosciuto l’assegno mensile).
 
Ebbene, quando concorrono contemporaneamente più crediti di natura diversa (per es.: Equitalia e un fornitore), il pignoramento dei due può avvenire anche contemporaneamente, superando quindi il limite di 1/5, ma a condizione che la somma di tali pignoramenti non faccia scendere lo stipendio a oltre la metà.

 
 
Che succede se il lavoratore si dimette o viene licenziato durante il pignoramento?

Se il rapporto di lavoro cessa, per qualsiasi causa, quando ancora il datore di lavoro effettua le trattenute sullo stipendio (perché il credito non è stato ancora integralmente pagato), cessa anche il pignoramento. Per cui, se il dipendente viene assunto presso altra azienda, il pignoramento andrà rinnovato.
 
Pignoramento in banca

Il pignoramento in banca avviene con la stessa procedura del pignoramento presso il datore di lavoro, con l’unica differenza che, in questo caso, l’atto viene notificato all’istituto di credito e al debitore. 
Nel momento in cui l’atto di pignoramento viene notificato, se sul conto non ci sono somme depositate, il pignoramento si chiude con esito negativo.
 
Se invece ci sono somme depositate, e si tratta solo di redditi di lavoro dipendente, il pignoramento non può essere mai integrale, ma può riguardare solo le somme superiori a 1.345,56 euro. Questo perché la legge dispone che non sono pignorabili le somme depositate sul conto pari a tre volte l’assegno sociale: poiché l’assegno sociale per il 2016 è 448,52, il triplo è 1.345,56.

 
 Ne consegue che, se sullo stipendio ci sono depositati 2000 euro, il creditore potrà pignorare solo 654,44 euro (la differenza tra 2.000 e 1.345,56).
Se, invece, sullo stipendio ci sono depositati 1.300 euro, il creditore non potrà pignorare un bel niente.
 
La violazione dei nuovi limiti di pignoramento
Nel caso in cui il credito viola i nuovi limiti imposti, pignorando somme superiori a quelle previste dalla riforma, si ha l’inefficacia del pignoramento. L’inefficacia è solo parziale, ossia limitata esclusivamente alla parte di somme pignorate oltre i limiti, mentre per quelle entro i limiti il pignoramento resta valido.

 
L’inefficacia è rilevabile anche dal giudice d’ufficio dell’esecuzione.

 

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