Licenziamento per giusta causa: l'investigatore è ammesso!

Sunday, November 13, 2016

 


Questa volta vi proponiamo un'attività di intrattenimento oltre che di ragionamento.  Qualcosa su cui discutere nel fine settimana in famiglia o con gli amici.

 

L'oggetto è una sentenza della CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 21 settembre 2016, n. 18507. L'oggetto verte su di un licenziamento per giusta causa in quanto di mezzo ci sarebbe stata la simulazione fraudolenta dello stato di malattia.

Il titolare dell'azienda avrebbe incaricato un'agenzia investigativa di procedere con le opportune verifiche del caso con il risultato che segue.

In pratica il Tribunale di Gela ha ammesso le prove riportate da un'agenzia investigativa per giustificare un licenziamento da parte di un'azienda locale e ha rigettato il ricorso al licenziamento per giusta causa opposto dal dipendente.

 

L'agenzia investigativa era stata incaricata di verificare che il dipendente, datosi per malato, lo fosse effettivamente.


Insomma..cosa è successo?


Il dipendente avrebbe simulato lo stato di malattia da cui i motivi della decisione della corte.

 

La Corte di appello riteneva legittimo il ricorso, da parte del datore di lavoro, sulla base delle risultanze dell'agenzia investigativa, per verificare l'attendibilità della certificazione medica e ha unitamente ritenuti utilizzabili il video e le fotografie, che ritraevano il lavoratore durante il periodo di malattia.
Periodo durante il quale, in base alle risultanze dell'agenzia investigativa: eseguiva per ore lavori sul tetto e nella corte della propria abitazione.


La Corte, esaminate le fotografie ed il filmato, osservava poi come il dipendente vi apparisse svolgere attività piuttosto gravose e richiedenti un impegno fisico non inferiore a quello tipico delle mansioni di autista/aiuto meccanico esercitate per la società datrice di lavoro, così da risultare incompatibili, alla stregua del notorio, con la reale sussistenza dell'affezione ("gonalgia e lombalgia acuta").

La decisione ha stabilito che il motivo del ricorso è infondato.
Il comportamento tenuto dal dipendente è stato definito "grave" dalla corte in quanto simulazione palese dello stato di malattia.

 

Il ricorrente ha denunciato anche la violazione e falsa applicazione degli artt. 2, 3 e 5 L. n. 300/1970, 96 R.D. n. 633/1941, 22 I. n. 675/1996, 4 comma 1, lett. d) d.lgs. n. 196/2003, nonché violazione degli artt. 112 e 360 n. 5 c.p.c.: dolendosi in primo luogo, che la Corte di appello abbia ritenuto legittima l'attività investigativa disposta dal datore di lavoro, attività che sarebbe consentita soltanto al fine di tutelare i beni aziendali e che, nella specie, avrebbe comportato anche la lesione del diritto alla riservatezza e all'immagine della persona; in secondo luogo, che la Corte abbia omesso di prendere in esame un fatto controverso fra le parti e decisivo, quale la legittimità delle videoriprese nella privata abitazione e la compatibilità delle stesse con le norme che tutelano la riservatezza.

 

Anche in questo caso il motivo è stato ritenuto infondato.

 

La Corte di appello si è, infatti, attenuta al principio di diritto, secondo il quale "le disposizioni dell'art. 5 della legge 20 maggio 1970, n. 300, in materia di divieto di accertamenti da parte del datore di lavoro sulle infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente e sulla facoltà dello stesso datore di lavoro di effettuare il controllo delle assenze per infermità solo attraverso i servizi ispettivi degli istituti previdenziali competenti, non precludono al datore medesimo di procedere, al di fuori delle verifiche di tipo sanitario, ad accertamenti di circostanze di fatto atte a dimostrare l’insussistenza della malattia o la non idoneità di quest’ultima a determinare uno stato d’incapacità lavorativa e, quindi, a giustificare l’assenza. 

 

Con il terzo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 2712 c.c., lamentando che la Corte territoriale abbia utilizzato ai fini della decisione le riprese fotografiche e video effettuate dall'agenzia di investigazioni, nonostante il formale disconoscimento di esse effettuato dal lavoratore sin dalla prima udienza.

 

Di nuovo: il motivo è infondato.

 

Anche su questo punto la Corte del merito si è attenuta al principio, secondo il quale "il disconoscimento delle riproduzioni meccaniche che fa perdere alle stesse la loro qualità di prova, deve, tuttavia, essere chiaro, circostanziato ed esplicito e deve essere tempestivo e cioè avvenire nella prima udienza o nella prima risposta successiva alla rituale acquisizione delle suddette riproduzioni, dovendo per ciò intendersi la prima udienza o la prima risposta successiva al momento in cui la parte onerata del disconoscimento sia stata posta in condizione, avuto riguardo alla particolare natura dell'oggetto prodotto, di rendersi immediatamente conto del contenuto della riproduzione. Ne consegue che potrà reputarsi tardivo il disconoscimento di una riproduzione visiva soltanto dopo la visione relativa e quello di una riproduzione sonora soltanto dopo la sua audizione o, se congruente, la rituale acquisizione della sua trascrizione": Cass. 22 aprile 2010 n. 9526. Conforme, fra le molte, Cass. 28 gennaio 2011 n. 2117.

 

Su tale premessa, risulta corretta la decisione della Corte di appello di ritenere utilizzabili le riprese.

E', infatti, chiaro che il disconoscimento della data e dell'ora del video, operato in prima udienza, non è idoneo a coinvolgere la relazione di identità tra la realtà riprodotta e quella fattuale, determinando l'accertamento della circostanza che, così come oggetto di riproduzione tecnica, il ricorrente si è effettivamente trovato sul lastrico solare della propria abitazione a svolgere le attività in tal modo documentate e per il tempo risultante dal filmato.

Né dall'esame della sentenza emerge in alcun modo che la Corte di appello abbia fondato la propria decisione sulla sola ripresa video, avendo considerato anche le risultanze della testimonianza dell'investigatore privato che ebbe a effettuare le indagini per conto del datore di lavoro. 
Quindi le testimonianze dell'investigatore sono comunque ammesse.

Con il quarto motivo il ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione degli artt. 132 n. 4 e 116 c.p.c., lamentando il fatto che la Corte di appello, con una pronuncia del tutto priva di motivazione, abbia ritenuto ammissibile e attendibile la deposizione resa dall'investigatore A.C..

Indovinate...il motivo è infondato!

 

La Corte ha preso motivata posizione, sottolineando la estraneità del teste - cioè l'nvestigatore - ai fatti di causa.

 

Con ulteriore motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 2700 c.c. nonché degli artt. 115, 116 e 132 n. 4 c.p.c. per omessa e contraddittoria motivazione, lamentando che la sentenza abbia omesso di valutare le certificazioni del medico convenzionato con l'INPS secondo il loro valore di prova legale e comunque che, nel prenderle in esame, unitamente alla restante e copiosa documentazione medica, sia giunta a conclusioni irragionevole e illogiche, non sostenute da adeguata motivazione e diametralmente opposte a quelle risultanti dal quadro probatorio.

 

Ok: il motivo è inammissibile.

 

E' consolidato l'orientamento di legittimità, per il quale "il certificato redatto da un medico convenzionato con l'INPS per il controllo della sussistenza delle malattie del lavoratore, ai sensi dell'art. 5 della legge n. 300 del 1970, è atto pubblico che fa fede, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che l'ha formato nonché dei fatti che il pubblico ufficiale medesimo attesta aver compiuto o essere avvenuti in sua presenza" (Cass. 22 maggio 1999 n. 5000). Conforme, fra le molte, Cass. 2 agosto 2001 n. 10569.

 

E' stato peraltro precisato che "tale fede privilegiata non si estende anche ai giudizi valutativi che il sanitario ha" in occasione del controllo "espresso in ordine allo stato di malattia e all'impossibilità temporanea della prestazione lavorativa" (Cass. 11 maggio 2000 n. 6045).

 

Se, poi, il lavoratore si duole che la Corte di appello non si sia avveduta che la prova della sussistenza dello stato di malattia e dell'impossibilità temporanea della prestazione non discendeva da un giudizio valutativo ma dalla constatazione oggettiva di esami strumentali da parte del medico INPS (come parrebbe dalla lettura del ricorso), riconducendoli all'area della fede privilegiata, siccome rientranti nell'insieme dei fatti avvenuti in sua presenza o delle attività dal medesimo compiute, allora è da osservare come il motivo in esame sia inammissibile per difetto di autosufficienza, non essendo prodotto il documento in questione, né comunque riportato il contenuto di esso che si afferma rilevante ai fini della decisione, né, per la verità, essendone neppure compiuta una chiara identificazione.

Con il sesto motivo il ricorrente denuncia violazione dell'art. 2106 c.c. e dell'art. 7 I. n. 300/1970 nonché omessa motivazione: deduce, al riguardo, che la Corte territoriale avrebbe errato nel ritenere legittima la sanzione espulsiva, posto che, alla stregua del materiale di prova acquisito al giudizio, essa appariva sproporzionata rispetto ai fatti contestati, e che comunque il giudice di merito non aveva neppure motivato in ordine alle ragioni che lo avevano indotto a pervenire ad opposta conclusione.

 

...il motivo è infondato.

 

Si rileva, infatti, ed in primo luogo, che la Corte di appello ha ampiamente motivato sulla sussistenza di una giusta causa di licenziamento e sulla proporzionalità della sanzione irrogata, così da sottrarsi, con tutta evidenza, alla censura di omessa motivazione (art. 132 n. 4 c.p.c.).

La Corte, inoltre, nella sua ricostruzione e valutazione dell'episodio, ha fatto puntuale applicazione dei principi elaborati e più volte ribaditi dalla giurisprudenza di legittimità, procedendo ad una compiuta analisi dell'episodio stesso, tanto nella sua dimensione oggettiva come soggettiva e conclusivamente pervenendo a ritenere la condotta del lavoratore tale da impedire la prosecuzione, anche provvisoria del rapporto, siccome denotante mala fede e slealtà nei confronti del datore di lavoro.

E' poi costante l'orientamento, fatto proprio dalla sentenza impugnata, secondo il quale "lo svolgimento di altra attività lavorativa da parte del dipendente assente per malattia può giustificare il recesso del datore di lavoro, in relazione alla violazione del doveri generali di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà, oltre che nell’ipotesi in cui tale attività esterna sia per sé sufficiente a far presumere l'inesistenza della malattia, dimostrando, quindi, una fraudolenta simulazione, anche nel caso in cui la medesima attività, valutata con giudizio "ex ante" in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte, possa pregiudicare o ritardare la guarigione e il rientro in servizio, con conseguente irrilevanza della tempestiva ripresa del lavoro alla scadenza del periodo di malattia" (Cass. 29 novembre 2012 n. 21253; Cass. 1 luglio 2005 n. 14046).

Il ricorso è stato conseguentemente respinto.

 

Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese del giudizio, liquidate in euro 100,00 per esborsi e in euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese generali al 15% e accessori di legge.

 

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